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  • Tutte le ragazze fuori – il video dell’incontro

    Leggendaria ha proposto il 23 febbraio un confronto online a più voci su donne, rappresentanza e potere. Non è la prima volta che si discute di donne, potere, rappresentanza – il tema fa da sempre parte delle questioni poste dal femminismo sulle forme e la sostanza della democrazia – ma la ridotta presenza di ministre nel nuovo governo Draghi ha suscitato alte grida. 8 su 23, nessuna dalla sinistra. Ma è nella più ampia scena, politica, partitica e istituzionale, associativa e sindacale, che le donne, e i loro temi, sembrano presenti più a destra che a sinistra.

    Ci interessa, quanto ci interessa e perché? C’è un problema di sessismo, patriarcalismo, conservatorismo nella sinistra italiana? E non è forse anche un problema generazionale? Le donne più giovani sono davvero interessate ad esserci in questi luoghi? Molte domande, cui le risposte già sul tavolo non sembrano fornire una risposta convincente: parliamone.

    Hanno partecipato Giorgia Serughetti, Letizia Paolozzi, Graziella Priulla, Monica Luongo, Alessandra Quattrocchi, Silvia Neonato, Simona Bonsignori, Giuliana Misserville, Sofia Torre, Gisella Modica, Anna Maria Crispino.

  • Feminism3 | Ma che streghe siamo noi?

    Il personaggio della strega è tornata potentemente in auge negli ultimi anni sia per alcuni recenti studi storici sia per il proliferare di nuove narrative, anche cinematografiche e televisive. Ma resta lo stigma, come rinnovato epiteto contro donne ribelli o inaddomesticate. Figura ambivalente di rabbia e ribellione, o di positiva autonomia e capacità di connessione con la propria storia e i propri legami con la natura e il sacro ancestrale, le donne del femminismo ne hanno fatto un simbolo di denuncia ma anche di affermazione positiva. Perché “streghe” si possono definire tutte coloro che non si adeguano al discorso patriarcale: le ribelli, le “irregolari”, le ostracizzate.
    Al Focus della giornata conclusiva di Feminism3, coordinato da Anna Maria Crispino (Leggendaria), hanno partecipato:
    Paola Bono, curatrice del vol. 5 delle opere teatrali di Caryl Churchill (Editoria&Spettacolo) che contiene Gatto Vinagro, dramma che mette in scena pregiudizi e questioni di classe ai tempi della caccia alle streghe.
    Silvia Federici, autrice di Calibano e la strega. Le donne il corpo e l’accumulazione (Mimesis)
    Giuliana Misserville, autrice di Donne e fantastico. Narrative oltre i generi (Mimesis)
    Maria Grazia Anatra, presidente Associazione Woman To Be, a proposito di Turchina la strega (ed. Matilda)

  • Il giorno dopo. Un ricordo di Rossana Rossanda di Anna Maria Crispino

    Il giorno dopo. Un ricordo di Rossana Rossanda di Anna Maria Crispino

    Fra quello che fai, e ti definisce nel mondo di relazione, e quel che sei, c’è anche quello che vorresti fare e non riesci, quel che credi di capire e invece no, il dubbio, il desiderio, la frustrazione, l’errore… ciò che l’altro non vede o appena intravede. L’ho percepito anche nel rapporto tra donne. […] dal femminismo ho imparato a scrivere in prima persona, cosa che non avrei mai fatto prima: avrei pensato che era indebito (Leggendaria, n. 67/2008).

    Il giorno dopo: il giorno dopo la sua morte, un dolore non misurabile per me (per molte/i, credo) che pensavo fosse immortale. Oggi centinaia di articoli, commenti e ricordi su/di Rossana Rossanda riempiono le pagine dei giornali e bacheche dei social: noi di Leggendaria ne scriveremo sul prossimo numero, quando la tempesta di emozioni si sarà, forse, un po’ calmata. Ma intanto voglio almeno ricordare un incontro bellissimo che avemmo con lei nel 2006 nel corso del VII Seminario estivo residenziale della SIL (Società Italiana delle Letterate): le dedicammo un intero pomeriggio, eravamo una cinquantina di donne, di età diverse, per discutere e commentare “La ragazza del secolo scorso”. Ne abbiamo poi dato conto in sei fitte pagine di nostre domande e sue risposte sul n. 67/2008 della rivista. Alcune di noi avevano avuto una frequentazione più o meno intensa con lei in vari periodi, nel manifesto e fuori, altre, più giovani non la conoscevano. Lei era già ultra-ottantennne – “Mi piacerebbe vedere vivendo altri vent’anni, però disincarnata. Perché un corpo vecchio, care mie, è proprio una rottura di scatole!”, ci disse sorridendo. Eppure non aveva resistito al nostro invito: forse per affetto, o forse perché una delle sue meravigliose doti era la curiosità, che la disponeva ad un ascolto attento, partecipe, empatico anche se severo.

    “Io” e “Voi” teneva a sottolineare, perché il suo incontro con il femminismo era stato tardivo: “Avevo cinquant’anni, i giochi della vita erano fatti. L’incontro con il femminismo è stato coinvolgente e nel medesimo tempo straniante. Che giudizio davo di come avevo vissuto? […] Noi avevamo fatto una gran fatica per rompere la separatezza, invece loro, voi, le femministe, vi separavate. […] Ma io… io ero troppo vecchia”. Abbiamo aspettato a lungo il secondo volume della sua auto-biografia/memoir, che Severino Cesari le chiedeva insistentemente. Avremmo voluto leggere ciò che ci avrebbe raccontato sugli (anche nostri) anni Settanta, Ottanta, Novanta e poi… Ma ha scritto, tanto prima e dopo. Come figlie indocili ma piene di ammirazione e amore possiamo solo ringraziarla per quanto ci ha lasciato.

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    La foto è presa dal sito spagnolo heroinas.net

  • L’ultima Emma – Anna Maria Crispino

    L’ultima Emma – Anna Maria Crispino

    Uscito in febbraio in Nuova Zelanda, Usa, Canada e Gran Bretagna, avrebbe dovuto esordire nelle sale italiane a giugno. Il perfido virus ha scombinato i programmi, tuttavia, si trova già in streaming su diverse piattaforme e vale davvero la pena di guardarlo l’ultimo – ennesimo – film tratto da Emma di Jane Austen. Titolo cui la regista Autumn de Wilde aggiunge un punto finale, forse per un vezzo che rimanda al frontespizio della prima edizione del romanzo (1815). O forse, autoironicamente, perché la considera una versione “definitiva”.

    Senza pretese da critico cinematografico, ma con la passione dell’accanita Janeite (a “La magnifica Jane Austen” abbiamo dedicato il n.123/2017 di Leggendaria) ne consiglio la visione per più motivi anche a chi la storia la conosce bene. Innanzitutto, perché in tutta la prima parte è davvero un film divertente, che forza l’ironia di Austen in chiave assolutamente contemporanea pur restandole assai fedele. La regista – ai suoi esordi nel lungometraggio ma evidentemente forte delle sue abilità di fotografa e videomaker musicale – apparecchia, per così dire, la tavola con una serie di sequenze brevi che ci presentano il contesto e i personaggi. Il film parte con scelte irrituali per un “period drama”, come il nudo iniziale che mette subito in chiaro la corrente erotica che sin dall’inizio circola sotto traccia tra Emma e Mr. Knightly; o la memorabile discesa dalla scala di casa di un Mr Woodhouse che arriva in fondo all’ultimo gradino eseguendo un saltello, il che insinua qualche dubbio sulla precarietà della sua salute. Altre due scene nel corso del film hanno il sapore di sketches comici: le manovre dell’anziano gentiluomo sul “paravento” per proteggersi dagli spifferi, ben assecondate da due servitori, spalle perfette.

    L’entrata in scena de “l’Ape Regina” di Highbury illumina come mai il gioco ambivalente tra sostanza e apparenza che la regista consapevolmente persegue. Due figure, quella del reverendo Elton (ancora più ridicolo, se possibile, del Mr Collins di Orgoglio e pregiudizio), e quella di Miss Bates, tanto garrula e massiccia da fare tenerezza, sono davvero notevoli e sottolineano la qualità – e direi anche il coraggio – nella scelta del casting. L’ipocondriaco padre di Emma è interpretato da un Bill Nighy al limite del dissacrante – e il pensiero non può che andare al fantastico rockettaro senza pudore di Love Actually – mentre la goffa Miss Bates è interpretata da Miranda Hart, attrice che abbiamo bene in mente come l’infermiera Camilla dal cuore d’oro di Call the Midwife.

    Ambientazione, coreografie, costumi, arredi – come è stato ampiamente sottolineato – sono perfetti, al limite dell’ostentazione parodica del genere e sostanziano la qualità teatrale della sceneggiatura della giovane scrittrice neozelandese Eleanor Catton e il tocco di una regia che non si fa dimenticare in nessun momento. Fantastica – non c’è altra parola per definirla – la scelta della colonna sonora, curata da Rachel Portman: un impasto di Mozart e musiche tradizionali che, più che assecondare, fanno da contrappunto alla trama.

    Diviso in 4 parti da “siparietti” che segnano la successione delle stagioni, il film (lungo 124 minuti) cambia di passo nella famosa scena del ballo, che fa da cerniera tra un prima e un dopo e innesca i cambiamenti dei principali personaggi: quasi una esemplificazione di quel “romanzo del divenire” che le studiose femministe hanno individuato nella tradizione a firma femminile del Bildungroman (v. Paola Bono e Laura Fortini, Iacobelli editore 2007) e che accredita l’interpretazione di Liliana Rampello sulla genialità di Jane Austen nei suoi Sei romanzi perfetti (il Saggiatore, 2014): l’amore (e solo di conseguenza un buon matrimonio) dipendono dalla capacità di cambiare nella relazione, imparando l’uno dall’altro. Di qui, mi pare, anche la scelta di dare assoluta centralità ai dialoghi, estremamente curati nel film di de Wilde, che sembra comprendere a pieno l’importanza della parola (e dei silenzi) per quel dialogo che consente di capire se stessi e gli altri (v. Alessandra Quattrocchi, La strategia del silenzio. Le ultime eroine di Jane Austen, Iacobelli editore 2017). Non a caso, tutto il rapporto non solo tra Emma e Mr Knightley, ma anche quello, in grande evidenza, tra Emma e Harriet si giocano sul detto e sul non detto – mentre è lo sfiorarsi dei corpi delle due amiche che ne fa una relazione autentica nonostante la dissimetria iniziale. La scena (non presente nel romanzo) in cui Emma si reca nella fattoria di Robert Martin – il corteggiatore prima respinto e poi accettato di Harriet – per chiedere scusa delle sue interferenze, non ha bisogno di parole per segnalare il suo cambiamento.

    Alcuni/e hanno criticato la “antipatia” della Emma di Anya Taylor-Joy, ma a me pare che anche qui ci sia stata una scelta interpretativa pienamente austeniana: Emma non è e non deve essere perfetta né accattivante («piacerà solo a me», scrisse Jane in una lettera alla sorella Cassandra): il sangue che le cola dal naso mentre Mr Knightley si dichiara, non è certamente un dettaglio “romantico” ma ci dice non solo dell’approdo di Emma all’età adulta, ma anche del raggiungimento di una consapevolezza di sé che fa cadere false certezze e ogni pretesa di perfezione: il conflitto interno della nostra protagonista sul matrimonio e sulle regole sociali si manifesta, si scioglie, nel/attraverso il corpo. 

    Un film teatrale, hanno sottolineato alcuni critici, ed è certamente vero anche se per fortuna di ritmo incalzante. Ma è anche un film che deve molto alla dimensione letteraria, non tanto e non solo perché tratto da un romanzo famosissimo e molto amato, ma perché di quel romanzo offre una interpretazione critica. Insomma, una gioia per gli occhi ma anche per la mente, che speriamo davvero di poter vedere, prima o poi, sul grande schermo.

  • Finzione e autobiografia. Chiara Mezzalama su Antonia – Journal 1965-1966 di Gabriella Zalapì

    Cento pagine appena, qualche vecchia fotografia trovata nelle scatole della nonna amata, un albero genealogico: di questo è composto il piccolo ma potente romanzo di Gabriella Zalapì, un’artista, fotografa e scrittrice di origini anglo-svizzere-italiane. Pubblicato dalla casa editrice svizzera Zoe, Antonia – Journal 1965-1966 è stato un caso editoriale in Francia, premiato e molto bene accolto dalla critica. Mi è stato regalato dalla libraia di quartiere – mi ha fatto molto pensare a te, mi ha detto Isabelle – e per settimane è rimasto sul tavolo della libreria con la nota coup de cœur come si usa qui in Francia per i libri amati da chi li consiglia, li vende, li fa circolare, quasi li spaccia…

                Antonia è una donna di ventinove anni che vive a Palermo con un marito che non ama e un figlio di nove anni, Arturo, che non riesce ad amare come vorrebbe, prigioniera della sua condizione sociale, delle regole implacabili dell’alta borghesia, di una nurse inglese che non le ha lasciato allattare il figlio. Il romanzo, che mescola sapientemente finzione e autobiografia, ha la forma del diario, inizia con la fotografia di una donna elegante che cavalca all’amazzone, un uomo in uniforme che salta davanti a lei e un’incongrua scrivania in primo piano, come un ostacolo. Questo sentimento di stranezza è ciò che contraddistingue il romanzo; da un lato una storia nota, quella di una donna sottomessa al marito e alle regole dell’alta società, dall’altra delle osservazioni scarne e senza appello sulla propria infelicità, sul mondo che la circonda e il germogliare di un desiderio di ribellione. Il diario ha inizio il 21 febbraio 1965 con questa frase (traduzione mia): «Questa mattina, quando ho aperto gli occhi, ero incapace di muovermi. Il mio corpo sembrava essersi dissolto tra le lenzuola e bagnava in un sudore tossico».Antonia non riesce a tenere fede al proposito di accompagnare il figlio a scuola, è paralizzata dalla sua condizione di sposa infelice, figlia ingrata, madre incapace. Seguendo il filo delle pagine, les journées-lignes, come se i giorni fossero scanditi dalla scrittura del diario, unica verità nel contesto ferocemente idilliaco nel quale vive Antonia, scopriamo la storia della sua famiglia cosmopolita, perseguitata durante la guerra per le sue origini ebraiche, una nonna amata e una Mutti troppo presa da sé stessa e dalla carriera di pianista per potersi occupare di figlia e nipote. Un padre adorato morto giovanissimo in guerra, una madre fredda e distante, un Vati che cerca di sostenere la nipote, ricordandole tuttavia qual è il posto di una giovane sposa perbene. Ciò che cova in queste pagine asciutte è una tremenda violenza, subita ma che deve anche essere messa in atto per potersi liberare. Questo piccolo romanzo prezioso, che racconta tra le righe la Sicilia e il nostro paese, meriterebbe davvero di essere tradotto.

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    Gabriella Zalapì
    Antonia. Journal
    1965-1966
    Editions Zoe
    Chêne-Bourg
    (Svizzera) 2019
    112 pagine, 12euro
    e-book 7,99 euro
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    Chiara Mezzalama su Leggendaria 139

  • L’altra faccia del sogno americano – Maria Vittoria Vittori

    Tre generazioni raccontate alternando i piani temporali, una sola città colta in tre epoche diverse, un unico desiderio di tutti i personaggi: riuscire a farcela. Quanto può essere ampio il loro spazio di movimento, quanta libertà ci può essere per loro? Se lo chiede – e lo chiede anche a noi che leggiamo – Margaret Wilkerson Sexton nel suo appassionante romanzo d’esordio La libertà possibile. La vita non è certo facile per la popolazione nera di New Orleans, in quegli anni Quaranta in cui ha inizio la storia: in un passaggio particolarmente significativo Evelyn e Renard, nella loro prima uscita, si spingono fino al magnifico City Park riservato soltanto ai bianchi: «un giorno potremo entrarci – sussurrò Renard – potremo sederci sotto le magnolie, salire gli scalini del museo». Eppure, se divieti e discriminazioni valgono per tutte le persone di colore, non per questo si deve pensare a una comunità compatta, perché al suo interno, come in ogni altra comunità, sono ben vive le differenze di classe. Quelle che l’autrice ci mostra in modo molto incisivo mettendo a confronto Renard, che per mantenersi agli studi ammazza polli in un supermarket e vive nella zona più degradata della città, e il padre di Evelyn, medico con una rispettabile posizione sociale, orgoglioso di essere il figlio del primo medico nero della Louisiana, che per la figlia – che studia da infermiera – avrebbe voluto molto di più. Jackie, figlia di Evelyn e Renard, si muove nella New Orleans degli anni Ottanta in cui i professionisti neri – avvocati, medici, banchieri – hanno conquistato nuovi spazi urbani e sociali che prima erano appannaggio dei bianchi; al tempo stesso, però, il ceto medio, pesantemente colpito dalla politica economica reaganiana, sta imparando a conoscere la precarietà. E i giovani licenziati e frustrati iniziano a far uso di crack, come il marito di Jackie, Terry, investito da una crisi che è sociale ma anche e soprattutto psicologica. E ancor di più sarà precario e in crisi il loro unico figlio T.C. che «non ricorda di aver conosciuto suo padre» e che entra e esce dalla galera, cercando ogni volta di rimettersi in piedi all’interno di una città quasi irriconoscibile, passata attraverso la devastazione dell’uragano Katrina.
    Le storie di tutti i personaggi si alimentano dei profondi sommovimenti della loro città; e ci rendiamo conto, al termine di questo percorso, di aver attraversato l’altra faccia – quella in ombra – del sogno americano.

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    M. Wilkerson Sexton. La libertà possibile
    Trad. di Arianna Pelagalli
    Fazi, Roma 2019
    308 pagine, 17 euro | e-Pub 12,99 euro

    Maria Vittoria Vittori su Leggendaria 139

  • Nell’antro di Angela – Paola Bono

    Angela Carter. Nell’antro dell’alchimista. Introduzione di Salman Rushdie. Trad. di Susanna Basso e Rossella Bernascone. Fazi, Roma 2019. 378 pagine, 17,50 euro. e-Pub 12,99 euro

    Nella sua introduzione alla raccolta di racconti pubblicata in Gran Bretagna nel 1995, a tre anni dalla morte di Angela Carter, Salman Rushdie la definisce una scrittrice «formale ed eccessiva insieme, esotica e demotica, raffinata e volgare, favolista e socialista, rossa e nera». E non si può che convenirne rileggendo questi affascinanti tales, ora nuovamente disponibili in italiano grazie all’intelligente iniziativa di Fazi di riproporli (in una nuova traduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone) in un volume che vuole portarci Nell’antro dell’alchimista, coprendo il periodo 1962-1979. Vi farà seguito un secondo volume dedicato alle collezioni successive (Black Venus e American Ghosts and Old World Wonders), ma intanto lettrici e lettori in Italia possono scoprire o riscoprire i «nove pezzi profani» di Fuochi d’artificio e le immaginifiche, inquietanti, tenere e crudeli riscritture di fiabe di La camera di sangue. Così come, sempre per i tipi di Fazi, negli anni scorsi hanno potuto ritrovare la magia di Notti al Circo e il pazzo girotondo Figlie sagge, gli ultimi due romanzi di Carter, altrettanto pirotecnici nell’inesauribile inventiva ma entrambi lontani dalle atmosfere cupe e goticheggianti di questo volume.

    Infatti i tales – e uso ancora una volta questo termine per ricordare e rispettare la distinzione che la stessa Carter fa con la short story – si collocano consapevolmente nella tradizione dei racconti di meraviglia terrore e crudeltà, «narrazioni favolose che parlano direttamente il linguaggio dell’inconscio», non vogliono restituire esperienze quotidiane ma attingere ad aree sotterranee per svelarle diversamente. Le fanciulle e le donne che incontriamo Nell’antro dell’alchimista sono sempre in modi diversi stra-ordinarie, si tratti di variazioni sul tema dell’eroina in pericolo caro appunto al gotico – come avviene nelle rivisitazioni di La bella e la bestia o di Barbablù – o della «indomita madre, altera come un’aquila» che appena in tempo accorre, «una mano alle redini mentre l’altra stringeva la pistola», per trarre in salvo la giovane sposa altrimenti destinata a seguire nella morte le precedenti mogli del suo decadente e malvagio signore, o della bella figlia del boia e delle sue incestuose relazioni con il fratello e poi con il padre. Un sottile erotismo, che in una delle nostre conversazioni Carter definì ironicamente «la pornografia dell’intellighenzia», pervade gran parte dei racconti e, scrive Rushdie, «il sangue e l’amore, sempre prossimi, affini, vibrano […] nel sottofondo» unificandoli tutti». Filo che ritorna è l’esplorazione della sessualità, sia nel senso della sua scoperta da parte delle sue personagge, spesso poco più che adolescenti, sia come scelta di vita ed eccesso programmatico – e penso a Lady Porpora, prostituta trasformata in marionetta dai suoi «insaziabili appetiti», o alla ferocia del cacciatore bianco che godendo della morte uccide «per amore» fino a essere a sua volta ucciso e divorato dalla «ragazzina pubere, vergine quanto la foresta» che ha comprato e addestrato al sesso e alla violenza.

    Paola Bono su Leggendaria 139

  • Leggendaria 139 | Piccole donne :: il video

    Il primo numero di Leggendaria del 2020 è arrivato. Ecco un’anticipazione nel video di lancio di questo numero che dedica si apre su Piccole donne, il film di Greta Gerwig e la biografia di Martha Saxton che molto rivela su Louisa May Alcott, si approfondisce il discorso su donne e lavoro, si affronta, non a caso, il tema della memoria, si leggono e recensiscono libri. Un nuovo numero ricco di pensiero e riflessioni su Libri, letture e linguaggi.

  • Recensione de Le nuove eroidi – Maria Vittoria Vittori

    Ilaria Bernardini / Caterina Bonvicini / Teresa Ciabatti / Antonella Lattanzi / Michela Murgia / Valeria Parrella / Veronica Raimo / Chiara Valerio

    Le nuove eroidi, HarperCollins Milano 2019
    202 pagine, 17.50 euro

    Da grande appassionata di mitologia fin dai banchi di scuola elementare, ho sempre pensato che il mito fosse una sorta di bomba, un concentrato di forze, sentimenti e ambiguità destinato a deflagrare più e più volte: e un’ulteriore conferma mi è venuta da un libro come Le nuove Eroidi, in cui otto delle scrittrici più rappresentative del nostro tempo si relazionano con Ovidio.

    E se già Ovidio, nella sua opera, aveva compiuto
una sorta di rivoluzione copernicana, affidando 
alle donne il compito di raccontare, qui le scrittrici entrano liberamente nelle storie e nei miti reinventando, ognuna a suo modo, una nuova modalità di stare al mondo per ognuna di queste eroine, una sorta di rinascita nella contemporaneità. Contemporaneità vissuta nella pienezza e nella varietà delle sue dimensioni, a partire dall’esodo dei migranti: così tante volte visto e ripetuto, questo dramma, da non suscitare più alcun effetto su di noi, come se mente e cuore – il cuore di cui parla María Zambrano, vale a dire «uno spazio che si apre all’interno delle persone per accogliere certe realtà» – si fossero serrati.

    E allora c’è chi, questo dramma ci scaraventa di peso, attraverso la storia di una Penelope dei nostri giorni che abbandona il suo ben remunerato lavoro di cuoca per imbarcarsi sull’Open Arms: storia che sembrerebbe inventata ma che è invece ispirata alla cronaca. Nelle pagine di Ilaria Bernardini Ero diventa una profuga, insieme al suo amato Leandro: finalmente uniti sì, ma per poco: il tempo di un viaggio allucinante, di un tentativo disperato di arrivare sulla terraferma dopo l’affondamento di un vecchio gommone: «ogni parola che hai detto, anche se l’hai detta bene, non è servita a metterci in salvo». Rimettere al mondo queste donne significa anche riattraversare emozioni, decisioni, paure sedimentate nel mito, con sguardi diversi. Magari capaci di mettere a nudo il groviglio di ambiguità che si acquatta dietro decisioni che sembrano scolpite nel marmo, come quella ragion di Stato invocata da Enea che rivela, allo sferzante sguardo della Didone made in Parrella, il timore di doversi confrontare con lei e con tutto ciò che rappresenta.

    Le ragioni di Elena smontano le tante leggende incrostate nei secoli intorno alla guerra di Troia: è nel discorso rivolto a Paride, la notte prima della battaglia con Menelao, che la Elena di Michela Murgia ha modo di raccontare se stessa, le sue scelte e soprattutto il suo profondo irrevocabile disincanto: «come tutti gli amori vili anche il mio sarà fedele, Paride, perché per stare con te ho già tradito me stessa». Se sulla sensuale Deianira reinterpretata da Chiara Valerio esercitano uno speciale turbamento tutti i corpi – di uomo, di donna, di centauro -, in qualcuna di queste storie la sensualità e la passione acquistano riverberi di fortissima ambiguità derivanti dalla profonda trasformazione operata nella nostra modalità comunicative. Come accade nella storia di Laodamia che, secondo il mito, si era fatta costruire un calco del suo defunto marito per poter ancora giacere con lui; nella versione di Veronica Raimo il nucleo perturbante è costituito da una chat notturna tra lei e il suo amante che è già stato seppellito ma continua a vivere nella dimensione parallela dell’eros virtuale. E anche l’oscura profondi- tà del dolore, traghettata in tempi e luoghi diversi, trova approdi imprevisti. È davanti a un tribunale che viene portata Fedra, a testimoniare sul delitto commesso dal marito nei confronti del figlio Ippolito; ma solo lei conosce la verità – e la racconta, finalmente –, la verità del suo amore sbagliato che l’ha portata a una solitudine estrema e disperata. E la Medea di Teresa Ciabatti, nella dolorosa solitudine dell’abbandono, ha lasciato che da suo figlio Fabrizio sbocciasse Sofia, la donna luminosa e forte che lei non ha mai avuto il coraggio di essere fino in fondo.

    Maria Vittoria Vittori su Leggendaria 139

  • Feminism 3 in preparazione

    Dopo il successo delle prime due edizioni, Feminism torna dal 5 all’8 marzo alla Casa Internazionale delle donne a Roma.

    Non perdere l’occasione – Save the date

    A breve aggiornamenti sul programma e modalità di partecipazione.